Attilio Ferraris IV, il leone di Highbury
Attilio Ferraris IV, ovvero il Leone di Highbury. Un soprannome guadagnato dal giallorosso nel novembre del 1934, quando con l’Italia ridotta in dieci e in svantaggio per 3-0 di fronte ai Maestri britannici il giocatore borghigiano chiama a raccolta la squadra per resistere alla tormenta e ritornare in partita, chiudendo su un 3-2 che suona alla stregua di una vittoria. In un periodo storico come l’attuale, che vede la nostra selezione nazionale in grande difficoltà, ci sembra del tutto doveroso volgere lo sguardo all’indietro e ricordare gli atleti che hanno fatto grande il nostro calcio nel passato.
Attilio Ferraris IV: il simbolo della Roma di Testaccio
Il giocatore di Borgo è il vero e proprio simbolo della Roma testaccina e il grande beniamino di una tifoseria che in lui vede incarnato il furore agonistico che permea la squadra giallorossa quando gioca tra le mura amiche. Dopo essersi formato alla Fortitudo, si rifiuta alla Juventus, pronta a ricoprirlo d’oro e confluisce nella società appena nata per dare uno squadrone anche alla Città Eterna, dimostrandosi subito un campione. Con il “Dottore” Bernardini, forma una formidabile accoppiata di centrocampo, nella quale le doti dell’uno vanno a completare al meglio quelle dell’altro. Il grande vigore col quale usa affrontare gli avversari fa dimenticare a dirigenza e tifoseria gli stravizi che ne caratterizzano la vita privata, in particolare fumo e biliardo. Nonostante una vita non proprio da atleta, il borghigiano alla domenica fa sempre valere una vigoria fisica al limite del regolamento.
Due gare in particolare rimangono a perenne simbolo della sua grande carriera: quella contro la Juventus del 1931, vinta dalla Roma 5-0, e quella disputata ad Highbury con l’Italia, persa contro i Maestri inglesi per 3-2. Nella prima occasione Ferraris IV annichilisce il suo compagno di azzurro Mumo Orsi, facendo valere la sua fisicità nei confronti di un giocatore che non è un cuor di leone e trascina i compagni alla straordinaria vittoria che, oltre a riaprire il campionato, fornisce ispirazione ad un famoso film dell’epoca. Al termine della contesa, dirigenti e giocatori bianconeri accusano Ferraris IV di aver oltrepassato il limite tra agonismo e scorrettezza, ma la polemica si smorza ben presto, essendo chiaro che il modo di giocare del forte mediano romanista è quello e non può certo cambiare di punto in bianco. Ed è lo stesso modo di giocare, lo stesso furore agonistico che il Commissario Tecnico della Nazionale, Vittorio Pozzo, gradisce enormemente, tanto da convocare Ferraris IV per il Mondiale del 1934, nonostante i vistosi segni di cedimento messi in mostra dall’atleta nei mesi che precedono la kermesse iridata. Tirato a lucido e restituito ad una vita da atleta, il grande Attilio fornisce il suo apporto alla vittoria degli azzurri e dimostra di essere tutt’altro che finito. Non tanto, però, da convincere la Roma a rinnovargli il contratto.
Il clamoroso passaggio alla Lazio
Nell’estate del 1934,il suo passaggio alla Lazio provoca grandi polemiche all’interno della tifoseria giallorossa, ma la scelta della dirigenza è motivata anche dal fatto che la carriera agonistica di Ferraris IV sta ormai volgendo al termine, perlomeno ad alti livelli di rendimento. Il suo canto del cigno è la straordinaria partita sciorinata ad Highbury contro l’Inghilterra, il 14 novembre del 1934, quando, con l’Italia ridotta in dieci uomini e in svantaggio di tre reti dopo soli dodici minuti, si rimbocca le maniche e decuplica gli sforzi per impedire agli avversari di straripare. Il suo esempio rinvigorisce la nostra selezione che riesce addirittura a portarsi sul 3-2. E’ l’ultimo ruggito del leone, o meglio del Leone di Highbury, come sarà chiamato da quel giorno. Il suo evidente calo, infatti, ha già spinto la Roma a lasciarlo passare sull’altra sponda, un passaggio clamoroso visto come una sorta di tradimento.
Un passaggio, quello agli odiati cugini, che la tifoseria stenta a digerire. I dirigenti giallorossi hanno però compreso come il borghigiano sia ormai alla fine di un luminoso ciclo agonistico. Una conferma che arriverà ben presto, ingenerando grande delusione nella tifoseria biancoceleste. E anche nella dirigenza, pronta a pagare una salata penale pur di schierarlo nel primo derby in programma dopo l’operazione di mercato. Quando le squadre entrano in campo la tifoseria romanista si limita a qualche mugugno di rammarico, mentre Attila scambia i saluti con il vecchio amico Bernardini. Unico vero sussulto di una stracittadina equilibrata, ma non proprio esaltante.
Due anni in biancoceleste, deludenti, poi un biennio a Bari, ove uno come lui fa sempre comodo per fare scuola ai più giovani, inculcare il rispetto per la maglia e instillare quella verve gladiatoria che è da sempre il suo marchio di fabbrica. Dopo la Puglia c’è anche il ritorno alla base, alla Roma, prima di una annata a Catania ove chiude la carriera. Muore qualche anno dopo, nel corso di una gara tra vecchie glorie, stramazzando al suolo dopo un contrasto aereo. Tutta Roma lo piange.
