Helge Broneè, l’uomo che fece impazzire Roma

Dario Marchetti 4 minuti di lettura
Helge Broneè, l’uomo che fece impazzire Roma

Pazzia allo stato puro. Basterebbe evocare Helge Broneè ai tifosi giallorossi più anziani per scatenare una vera ondata di ricordi. Perché il giocatore danese sapeva giocare in maniera sopraffina a pallone, ma non si limitava a svolgere il compito affidatogli dal tecnico. Anzi, se l’allenatore non gli garbava per lui iniziava il vero divertimento. Come dovette constatare il povero Gipo Viani a sue spese.

Helge Broneè e Gipo Viani: una storia impossibile

Se qualcuno pensa che Cassano sia stato un pazzarellone, non ha mai sentito parlare di Helge Broneè, interno danese di squisita grana tecnica degli anni ’50. Arrivò in Italia grazie a Gipo Viani, cui il Principe Lanza di Trabia, presidente del Palermo aveva chiesto di portare “il più forte giocatore del mondo”. Il tecnico indicò proprio Broneè, all’epoca di stanza a Metz, in Francia, di cui conosceva la fama calcistica, ma del quale evidentemente ignorava gli eccessi.

Mal gliene incolse, e vedremo perché. Sbarcato a Palermo fece subito innamorare il pubblico rosanero. Giocatore capace di fare da vero uomo squadra, impostava al meglio il gioco e sapeva concluderlo nel migliore dei modi. Sin qui la conferma delle sue doti calcistiche. Ma il pacchetto completo era praticamente senza compromessi. Se, infatti, gli girava storta, la squadra si ritrovava in pratica con un uomo in meno. Capace di mettersi a giocare sul lato di campo all’ombra, se riteneva che il sole picchiasse troppo forte, non vedeva nulla di male a rifiutarsi di accorrere in difesa nel caso in cui la squadra doveva difendere il risultato.

In una partita, la sua pazzia raggiunse poi l’arte vera e propria. Tanto da spingerlo addirittura a buttarsi il pallone in porta per interrompere la difesa ad oltranza del golletto di vantaggio, che evidentemente riteneva un affronto alla sua maestria. E a quel punto l’amore con Viani è praticamente terminato. L’inventore del Vianema lo aggredì imbufalito, un atto ritenuto alla stregua di un sacrilegio dal danese. Lui, infatti, gliela giurò e iniziò a pensare a come vendicarsi. Occasione che arrivò ben presto, quando la Roma, appena tornata in serie A, decise di intavolare una trattativa onde garantirsi le sue prestazioni. Lui accettò, ma ponendo come condizione il suo immediato allontanamento dalla guida tecnica giallorossa dell’allenatore. Che, guarda caso, è proprio Gipo Viani. Sacerdoti, non si sa se a malincuore, si adeguò e la sua vendetta fu servita su un piatto d’argento.

Una vera pochade

Arrivato a Roma, le sue pazzie trovarono terreno fertile per assumere le tinte di una pochade. A Montalbieri, ove la squadra stava ultimando il suo ritiro, un dirigente romanista, mandato a vedere se tutto procedeva per il meglio, si ritrovò infatti davanti ad un vero e proprio teatro diretto dal danese, tediato dalla serietà della chiusura claustrale imposta ai giocatori. Per non parlare dello scarpino che colpì Campilli nel corso di un alterco negli spogliatoi tra Broneè e un compagno, conseguenza di una partita terminata male, che portò alla sospensione del giocatore. Tutti si aspettavano a quel punto che lui andasse a Canossa. Evidentemente non avevano ben compreso il suo carattere, poiché Broneè non si smosse dalle sue decisioni. Alla fine, si decise quindi di non rinunciare alla sua classe e di porre la parola fine ad una vicenda che stava tramutandosi in farsa.

E poi, alla Roma, trovò il sostegno di un altro pazzo scatenato come Bepi Moro, col quale la sintonia è assoluta. Nel corso di una partita che vedeva la Roma soccombere di una rete, Broneè chiamò l’amico portiere a dare una mano al serrate finale dei giallorossi e il bello è che Moro non si fece pregare per farlo! Due anni di questa fattura divertirono una tifoseria comunque incline a frizzi, lazzi e sberleffi degni di Rugantino. Ma non poterono che provocare una certa nausea in una società che avrebbe voluto vedere ripagati i forti investimenti fatti per riportare in alto la squadra dopo la caduta in serie B. E quando nell’estate del 1954 la Juventus si presenta all’uscio di Sacerdoti, il Banchiere di Testaccio fu ben felice di aderire all’offerta economica bianconera, liberandosi di quello che ormai era chiaramente un elemento di disturbo. Broneè giocherà ancora due stagioni in Italia, l’ultima a Novara, prima di lasciare orfana quella stampa sportiva che aveva fatto di lui un mito e alla quale aveva offerto materiale in abbondanza col quale ovviare ai periodi di magra.